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Quale vita per gli “Over”?

Aprile 1, 2021

Nel secolo scorso il sessantacinquesimo anno di età era considerato la soglia dell’anzianità. Ad oggi è una definizione che va riconsiderata alla luce dell’aumento dell’aspettativa di vita e dei progressi della medicina che si sta concentrando molto sul tema “anti-aging”.

Accogliere una fase di vita delicata e complessa come l’anzianità è un processo che non procede in maniera lineare, né identica per ognuno. I fattori implicati sono svariati, in primis lo stato di salute che può diventare limitante a causa di patologie acute o croniche, che richiedono cure e attenzioni continue. Oltre alla salute, esistono fattori psicologici, sociali, culturali ed economici che combinandosi danno vita a situazioni e condizioni di vita molto diverse tra loro.

Una persona settantenne in buona salute, che ha una rete famigliare e sociale, ancora impegnata con una attività lavorativa e un buon livello socio-economico avrà una percezione di sé e uno stile di vita completamente diversi da una persona della stessa età ma con una patologia cronica invalidante, sola al mondo e con poche risorse per sopravvivere.

Innanzitutto, è importante sottolineare come l’età anziana sia il risultato di ciò che si è accumulato nella propria vita fino a quel momento: esperienze, emozioni, sofferenze, eventi di vita traumatici o, al contrario, buoni e fortunati; conoscenze, relazioni, ricchezze, eccetera. Ma soprattutto, l’atteggiamento che abbiamo sempre avuto nei confronti della vita, a prescindere da tutto, in questa fase è determinante. Avete mai fatto caso che alcune persone anziane hanno le rughe del viso che disegnano un’espressione particolare? Su alcuni volti si intuisce il sorriso, su altri la sofferenza oppure la severità o, ancora ostilità o tristezza.

La combinazione di tutti questi fattori è complessa, alcuni di questi semplicemente accadono nell’arco della vita, mentre altri sono frutto della nostra responsabilità, delle nostre scelte e del nostro carattere.  Sicuramente, aiutarsi con uno stile di vita adeguato permette alle persone di una certa età di mantenere la forma psicofisica con la quale accedono a questa fase di vita.

Le indicazioni per una vita sana valgono per tutti e sempre, ma in questa fase più delicata sono ancora più importanti perché ogni funzione che inizia a ridursi difficilmente può essere recuperata.

Sappiamo che l’alimentazione è la prima medicina per il nostro corpo e la nostra mente. Mangiare in modo sano e bilanciato significa prevenzione a 360 gradi. Però è anche chiaro che il concetto di “cibo sano” è alquanto soggettivo per molti, quindi sarebbe opportuno verificare che il modo in cui ci alimentiamo sia davvero corretto e, soprattutto adatto alle nostre esigenze specifiche. Affidarsi a un medico o un nutrizionista può essere una soluzione valida che permette anche di indagare quali nutrienti ci mancano e quali vanno integrati, e quali abitudini è il caso di modificare. Se, invece, è l’atteggiamento nei confronti del cibo ad essere problematico, allora lo specialista giusto è uno psicologo. Il cibo può essere un mezzo di compensazione con cui finiamo per esagerare o l’espressione di controllo o rifiuto, e quindi ci porta a esagerare nella restrizione.

Altro capitolo fondamentale è il movimento. Alcune persone sono sempre state sportive e continuano ad esserlo con il passare degli anni ma sarebbe opportuno moderare e modulare il tipo di attività in base alle nuove esigenze del corpo che cambia. Fare finta di nulla e arrivare agli eccessi può portare a incidenti poco piacevoli. Ci sono però altrettante persone che fanno una vita sedentaria e non sono particolarmente appassionate di sport. Se nella prima fase della vita la mancanza di movimento non comporta grossi danni, semmai non permette al fisico di esprimersi al meglio, nella seconda fase l’assenza di movimento crea dei veri e propri danni. La funzionalità fisica tende a ridursi notevolmente se il corpo non viene allenato, in poche parole se si riducono i movimenti al minimo il corpo perderà elasticità, forza e capacità di fare movimenti diversi dal solito.

Va citata poi la partecipazione alla vita “di comunità” che sia famigliare o sociale perché avere un ruolo riconosciuto permette di sostenere la propria identità e di sentirsi parte di qualcosa che dà senso alle giornate. Il contatto con gli altri dà modo di avere continui stimoli positivi a livello cognitivo ed emotivo. Queste sono funzioni fondamentali da tenere attive e favoriscono il rallentamento del decadimento psicofisico che ad una certa età può essere rapido ed improvviso.

Anche avere degli interessi ha la stessa funzione di mantenere attivi corpo e mente. Possono essere interessi che si portano avanti da soli o da condividere con altri, l’importante è che siano in grado di tenere impegnata la mente, che diano stimoli e che facciano sentire bene.

È chiaro come tutti questi aspetti che ho citato hanno bisogno di una base di volontà e di energia positiva da investire, richiedono costanza e un atteggiamento aperto.

Insomma, bisogna VOLERE stare bene.

Torno quindi al tema dell’atteggiamento di base con cui si affronta la vita e, in particolare l’ultima parte della vita. Per qualcuno, anche se più limitata e con alcuni problemi, è sempre vita da vivere fino in fondo. Non per tutti è così. Mi vengono in mente due signori molto anziani che vivono nel mio palazzo e che incontro spesso all’ingresso o davanti all’ascensore. Uno dei due è evidentemente sofferente, fatica a camminare, mentre l’altro appare in buona salute, almeno dal punto di vista del movimento. Bene, il primo non fa mai mancare un saluto a voce alta e con un sorriso. Mi fa passare davanti dicendomi che tanto lui non ha fretta e che, magari, ne approfitta per riposarsi un po’. Nonostante la fatica nel muoversi esce tutti i giorni per tenersi attivo “se no queste gambe chi le muove più?”.

L’altro signore ha sempre un volto serio, difficilmente saluta se non con un cenno quando proprio non può distogliere lo sguardo.

Da come ho narrato gli incontri con queste persone appare chiaro come, ad un livello superficiale, emotivamente il primo anziano mi susciti simpatia mentre per l’altro è difficile provare empatia, soprattutto per il fatto che non appare aperto allo scambio. Un atteggiamento del genere non produce circoli virtuosi in cui l’altro rimanda positività, interesse e buona energia.

Nelle relazioni funziona così, l’atteggiamento con cui vengono affrontate generano un ritorno tale e quale. Più energia si mette in gioco, più se ne riceve. E se proprio non ce n’è, di energia, è almeno necessario un atteggiamento aperto per accogliere quello che arriva.

Un’ultima considerazione. Credo sia importante vivere consapevolmente la propria fase di vita, che sia l’adolescenza piuttosto che l’età matura. Scappare in avanti o voler tornare indietro mette inevitabilmente in uno stato di squilibrio perché siamo creature viventi con un percorso di vita biologicamente determinato. Si può fare molto per vivere al meglio, anche con aiuti che arrivano dalla medicina e dalla psicologia, ma è necessario essere coerenti.

Spesso i media passano messaggi in cui sembra desiderabile solo la giovinezza e in cui, a scopo commerciale, vengono offerti metodi per ringiovanire o sembrare più giovane. Non è questa la strada da perseguire. Non è necessario dimostrare un’età diversa da quella che si ha perché questo non ferma comunque lo scorrere del tempo, illude di poterlo fare e non mette nella possibilità di elaborare i passaggi importanti della vita.

Anziani sì, ma consapevoli e determinati a vivere appieno una fase di vita in cui si possono raccogliere i frutti del proprio passato, dell’esperienza e di ciò che si è costruito. Anziani che affrontano anche sofferenze, paure e preoccupazioni, che si può decidere di condividere e gestire al meglio perché non pesino eccessivamente nel quotidiano e perché possano diventare una risorsa anche per i più giovani.

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